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Inviato: Dom Ott 26, 2008 3:57 pm Oggetto: Critica della nozione di crisi |
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Sembra che oramai quasi tutti siano convinti che la parola magica per il presente sia crisi. Che venga proferita dagli scranni dello Stato, da banchieri in paranoia, da broker suicidari, da militanti comunisti con la bava alla bocca o da attivisti di movimento in cerca di avventure, la crisi appare come un dispositivo epistemico che dovrebbe naturalmente spiegare, in ogni senso possibile, quello che sta accadendo. Questa omogeneità di linguaggio è in effetti quanto meno antipatico... Elaborare un linguaggio che non sia la carta carbone di quello giornalistico e padronale è un compito che sempre, irreversibilmente, tocca alle potenze della sovversione attuare .
Non è certo la prima volta che questo avvitamento linguistico (e quindi politico) avviene ed è per certi versi istruttivo risalire alla crisi economica della metà degli anni Settanta del secolo scorso, non per ricavarne qualche - qui inutile - comparazione ma per verificare la tenuta di un tale dispositivo epistemologico.
Nel 1975 Michel Foucault concede un'intervista all'ineffabile B.H. Levy per il giornale L'imprévu nella quale lo spunto polemico è dato proprio da un'analisi veloce e fulminante che Foucault offre della parolina magica che anche in quella occasione tutti utilizzavano: crisi, appunto. Ricordiamo che la questione si aggirava attorno a una delle più famose e celebrate crisi capitalistiche del Novecento, cioè quella dovuta allo choc petrolifero del 1973 attraverso la quintuplicazione del prezzo del greggio da parte dell'O.P.E.C.
Con il suo solito divertito sarcasmo il filosofo-stratega comincia col dire che è una parola che «marca l'incapacità degli intellettuali di captare il loro presente», come dire una mancanza di immaginazione e di serietà allo stesso tempo che impedisce di cogliere quello che il presente porta come sua problematizzazione. Un impedimento dovuto non tanto a una cattiva volontà ma piuttosto a una cattiva abitudine, quella di colmare la scarsità di mezzi per analizzare strategicamente una situazione con una qualche formula pigliatutto.
In effetti, continua Foucault, la crisi è sempre; essa è, se si vuole, il «presente perpetuo» e «non si è mai avuto un momento della storia occidentale che non avesse la forte coscienza di una crisi provata profondamente, fin nei corpi delle persone». Proprio per questo suo essere costantemente presente, crisi è una parola che sebbene abbia una indubitabile forza “giornalistica”, non ne ha alcuna in un senso filosofico e più in generale teorico-strategico. Anche perché, sembra qui suggerire Foucault, non ci dice molto di quello che accade nei e tra i corpi. Il potere poveramente descrittivo delle parole degli intellettuali è in fin dei conti riducibile al fatto che «non vi è che un solo linguaggio al presente, quello dell'ordine, della consegna». Anche quando sembra che dicano cose molto “rivoluzionarie”, anche quando di seconda mano utilizzano stilemi sovversivi, la parola d'ordine regna.
La questione vera secondo Foucault non è la crisi ma la trasformazione, eventuale, di un rapporto di forze. La differenza non è da poco, poiché insistendo sullo statuto del presente come crisi, continua Foucault, si intende o si fa intendere che si è nel mezzo di una rottura tra due momenti storici radicalmente diversi o, meglio ancora, che si è in un momento in cui «tutto comincia», una specie di grado zero della temporalità storica che conserva persino qualche eco dell'antico millenarismo religioso. E non è difficile, affatto, ritrovare oggi questi echi del «nuovo mattino», anche se non è accaduto nulla qui che assomigli ad una insurrezione.
Ma, ancora più in là, al cuore della nozione di crisi vi è qualcosa di altrettanto insopportabile, in quanto entrambe rimandano all'idea di totalità: la contraddizione. Ma la contraddizione, il punto di rottura dopo il quale non è più possibile continuare come prima, «non è che una immagine». Ma l'immagine è continuamente rotta dall'avanzata possibile di uno dei contendenti, lì dove all'avanzare dell'uno corrisponde però la presa dell'altro. Ed è qui che Foucault opera il rovesciamento della tesi clausewitziana e che cioè non la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi bensì la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi. Ed è ancora a questo punto che Foucault dice che bisogna abbandonare le idee di crisi e di contraddizione.
Il problema allora oggi non è disquisire della crisi finanziaria e sui mille welfare di Stato ma ben di più quello di affrontare a viso coperto l'aggressiva decadenza della governamentalità liberale. Il problema è come si combatte in questa guerra civile globale che penetra i corpi di ciascuno e di tutti al fine non tanto di distruggerli ma di produrre un nuovo tipo di corpo dopo quello salariato, quello flessibilizzato, precarizzato, etnicizzato... Di quale corpi ha bisogno oggi l'Impero? Forse il punto di forza e allo stesso momento di debolezza imperiale risiede proprio in questo punto: nella possibilità di modellare e rendere docili i corpi attraverso ogni sorta di dispositivo – compreso quello della crisi - ma anche nella possibilità inversa dell'accadere del loro essere intimamente ingovernabili. Ed è solamente nella lotta, nel polveroso corpo a corpo, che l'una o l'altra possibilità si rivelano. Anticipare il potere oggi, allora, è capire verso quale nuova forma di dominazione biopolitica questa battaglia chiamata da tutti crisi potrebbe portare e, allo stesso tempo, rendere evidenti i punti di ingovernabilità.
Se riuscissimo a rispondere a queste domande sapremmo dove concentrare le linee di fuga e di attacco e in che punti costruire delle difese adeguate, avremmo cioè qualche elemento in più per attrezzarci alla resistenza.
Ovvio che elaborare la parola significa avere la potenza di renderla vera.
Siamo davvero stanchi di leggere descrizioni di battaglie mai avvenute.
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